Risolvi il pensiero aggrovigliato

Chissà perché certi ricordi restano impressi nella mente e quando riemergono sembra di averli appena vissuti. Per esempio, sarei in grado senza esitazione di descrivere il giorno in cui è nato il primo pensiero aggrovigliato. Tutto è iniziato prima dell’arrivo dell’estate. Per l’esattezza, estate 2018. 

Le parole si sono come allineate su una bozza del telefono e sono rimaste ferme lì per diversi giorni fino a quando ho deciso di dare un senso a quel caos (senti)mentale. Ricordo esattamente il momento in cui l’idea di unire uno scatto e una canzone mi si sono presentati davanti agli occhi. Il testo era solo da sistemare, una semplice innocua bozza che poteva avere una possibilità e assumere una forma più definita. Torniamo a quella giornata. Ero reduce da una lunga attesa delle mie colleghe per una cena prima di un’importante riunione lavorativa. Complici le coincidenze mancate dei tram, il tremendo vizio di arrivare sempre in anticipo agli appuntamenti mi sono ritrovata a passeggiare in via Garibaldi senza una meta precisa fino ad arrivare alla piazza del Comune di Torino. Il tempo di attesa raddoppiava a vista d’occhio e non era comunque sufficiente per un’ulteriore camminata verso il centro. Credo di aver passato i minuti seguenti a fissare ombre e luci, i tavolini di un’osteria vuoti e il sole pronto a calare. Inutile confermare che il tema principale del primo pensiero aggrovigliato fu proprio l’attesa e la scelta di cambiare le carte sul tavolo. 

Tra qualche ora sarebbero davvero cambiate le mie carte e se a distanza di tempo mi parte ancora la risata isterica un motivo ci sarà. Devo ammettere che Cupido quella volta fece un immenso casino, ma da buona ottimista voglio pensare che se non fosse successo nulla forse non avrei mai ripreso a scrivere. Una serata rivelatrice, una telefonata e una voce che non sentivo da tanto tempo (esattamente 360 giorni). Una serie di azioni e di circostanze che mi crearono una tachicardia improvvisa e una sensazione di reazione urticante da lasciare il segno sul cuore e sullo stomaco. Avete presente cosa succede quando tocchi per errore un’ortica? Ecco, la prima reazione con il mio dilemma sentimentale fu così. 

Ho passato l’intera conversazione telefonica a non pensare al prurito che poteva causarmi quel timbro vocale, quell’essere pignolo e cagaminchia (scusatemi la franchezza) anche a distanza. Nella mia testa mi ripetevo che era solo una chiamata. Pochi minuti il tempo di accordarsi e via. Tutto sarebbe tornato al proprio posto, non poteva succedere nulla di differente da quanto avevo calcolato. La mania di controllo è una brutta bestia, figuriamoci quando parliamo di sentimenti. Qualcosa deve essere andato storto, ora lo posso ammettere e forse non è stato sufficiente essere organizzati, freddi e riservati per evitare di innamorarsi della persona più sbagliata che potessi trovare sul mio cammino. 

La cosa buffa? Abbiamo camminato insieme per tantissimo tempo spesso su linee parallele. Quanti pensieri aggrovigliati sono usciti fuori dopo quella chiamata. Quante padelle ho sognato di lanciargli sui denti. Quanti abbracci veloci dati per non affezionarci e sai che alla fine ti affezionerai comunque. Quanti battiti da gestire per paura che venissero percepiti dall’interessato. Quante scuse inventate pur di sentirsi. Quante risate e litigate sotto il sole, sotto le stelle, sotto la pioggia. Quanti messaggi scritti e inviati con il solito “questa è l’ultima volta poi smetto”. Quante corse e quanti chilometri macinati. Quante serate strambe dove le nostre vite si fermavano e tutto quello che c’era intorno era puro contorto. Quante emozioni ho provato e ho cercato di nascondere per non risultare vulnerabile. Quanti occhi alzati al cielo per evitare di mandare al diavolo tutto. Quanto tempo dedicato, contato e utilizzato per provare ad essere coraggiosi e farsi strada tra una paranoia e l’altra. Quante cose non dette per paura di perdere chi hai di fronte. Quante cose infilate tra un discorso e l’altro per non dare nell’occhio. Quanti passi fatti in avanti e quante capriole fatte all’indietro per proteggersi. Quanto bene provato e non ben condiviso. Quante domande rimaste in sospeso. Quante risposte trasformate in ulteriori domande. Quanti silenzi pieni. Quanti sguardi d’intesa rapidi ma perfetti per capirsi al volo. Quante volte ho pensato che da due linee parallele abbiamo stravolto ogni dinamica pur di passare un po’ di tempo insieme. Quanta nostalgia. Uno dei sentimenti più contorti da gestire e con cui ci si scontra ciclicamente.

 

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