Mancarsi (e lasciarsi)

“Fede, ti prego non scherzare.”

“Ginevra cosa devo fare con te?”

 Fede dovresti lasciarmi, dovresti mollare la presa prima che sia troppo tardi, prima che ogni evento possa incatenarti a me o farti pentire di avermi amato. Fede lasciami, non è difficile. Sono due parole. Le puoi pronunciare velocemente e le capirò. Le puoi dire mentre sto camminando alla ricerca di questo maledetto bus, forse avrei fatto prima ad andare a piedi ma Google Maps mi manda sempre in crisi soprattutto in città che non conosco. Credo di essere l’unica sul pianeta ad avere questi dilemmi, ma torniamo a noi Fede. Lasciami, non devi nemmeno guardarmi negli occhi. Gli uomini prima di te hanno sempre impiegato pochissimi minuti a farlo, puoi farcela anche tu. Non merito il tuo amore, non dopo quello che ci siamo detti e ripromessi di non fare. Non sono brava a mantenere le promesse, ti ricordi? Te l’ho detto anche quando hai voluto uscire una seconda volta con me e una terza, una quarta. La nostra relazione è basata su una serie di negazioni che mi stupisco sia durata così tanto. Ogni no nasconde paure, insicurezze. Spesso le mie. Ogni no racchiude speranze che tu possa salvarmi, possa ribaltare il risultato come fa Alessandro Borghese in quattro ristoranti con quel brivido che alla fine non succeda. Ho passato la mia vita a creare castelli, a illudermi di essere la protagonista di qualche favola e poi cadere a terra rovinandomi prima il vestito del ballo di fine anno e poi il cuore mentre si frantuma sulla pista. Forse guardo troppe serie tv americane, ma è sempre andata così. Posso sapere cosa vedi di così affascinante in me? Ti stancherai ad aiutarmi a rimanere in piedi, ti stancherai di vedere muri alzarsi senza preavviso, ti stancherai delle mie paure e di me. Non posso credere che tu abbia pazienza all’infinito. Puoi lasciarmi, so che l’altro giorno in stazione volevi farlo o eri a un passo per allentare la presa. L’ho letto nei tuoi occhi, nel tuo sospiro rassegnato per l’ennesima discussione. Siamo destinati a sfinirci e credo di volerti troppo bene per vederti a pezzi per raccogliere quel poco di buono che posso darti. 

“Lasciami, cioè lasciamoci. È finita, cosa non ti è chiaro?”

“Se fossi veramente convinta sapresti coniugare i verbi e ci siamo sempre detti che lo avremmo fatto di persona.”

“Sai quante cose ci siamo dette e non sono andate come pensavamo?”

“Ginevra una relazione prima che finisca bisogna trovare il punto corretto per far sì che finisca.”

Lui e le sue fisse con la punteggiatura. Riesce a farmi ridere anche quando sono tremendamente incazzata. Lasciami, ti prego, lasciami. 

(Frammenti, i puzzle della quotidianità)

 

3 risposte a "Mancarsi (e lasciarsi)"

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    1. A volte uno innesca quel tira e molla senza esserne totalmente consapevole. Lo vive come una forma d’affetto, ma con il tempo diventa una sottrazione d’affetto e lì scattano inevitabilmente dinamiche che nemmeno un libretto d’istruzione potrebbe risolvere. La negatività e la positività sono come due poli di una calamita, ma si sa che anche le calamite possono rompersi.

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  1. Ogni tua parola ha la capacità di tenermi incollata fino al punto finale. Ed è lì che mi dispiace che sia finito ogni tuo frammento. Curiosa di sapere come andrà a finire, e so già che ci sarà un filo di dispiacere per la fine di questa bellissima serie 🙂

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