Il tanto temuto smart working

“Non siamo pronti per lo smart working.”

Nella mia esperienza lavorativa ho lavorato molte ore comodamente seduta sul terrazzo di casa mia e altrettante ore seduta sul divano assumendo posizioni strambe che farebbero inorridire qualsiasi osteopata o ortopedico. Ho lavorato viaggiando su un treno testando la rete wifi e litigando un po’ con le gallerie nella tratta Bologna – Firenze. Ho lavorato in aeroporto aspettando di salire su un aereo. Ho lavorato in simultanea su skype con il mio team sparso per l’Italia. Ho lavorato al mare durante il mese di agosto. Ho lavorato in montagna sfidando la connessione e individuando il punto strategico per essere tranquilla come se fossi in ufficio. Ho lavorato a fianco del mio gatto cercando di evitare ogni suo agguato sulla tastiera del pc. Ho lavorato insieme ai miei clienti al telefono e il pc sulle gambe durante un momento di brainstorming. Ho lavorato a orari strambi per poter seguire in prima persona le attività di customer care e durante i saldi vi assicuro che sui social si scatena l’inferno. Ho lavorato durante le festività tra un pranzo e l’altro e una cena e l’altra per accertarmi che quei benedetti post sulle ricorrenze più assurde fossero online e gli utenti potessero ricevere la loro risposta in tempo reale. Ho sempre lavorato tanto quanto le ore passate in ufficio. La concentrazione, la determinazione e la costanza non sono mai cambiate. Cambia il contesto, vero. Cambia il contorno, nuovamente vero. Cambiano le dinamiche intorno a te: come un figlio piccolo che necessita di attenzioni perché dopo un po’ si annoia e spera di poter aver la meglio su tutto o il tuo compagno che ti supplica di prenderti una pausa da quel dannato pc perché sono le 20 e avrebbe fame o il cane che cerca di attirare la tua attenzione portandoti prima la pallina poi la corda e infine inizia a fare danni in casa. Vero. Cambiano i meccanismi, ma la tua professionalità e le tue competenze non svaniscono quando varchi la soglia dell’ufficio. Se no sarebbe un bel problema. Ci sono momenti in cui bisogna essere pronti a fidarsi dei propri dipendenti, superare pregiudizi, organizzarsi e scoprire nuovi modi di lavoro. Eppure lo smart working fa ancora tanta paura e mi domando il perché. Sicuramente ci sono attività più predisposte a questo tipo di lavoro rispetto ad altre, ma anche chi avrebbe l’opportunità rimane ancorato alla propria scrivania. Non sempre per propria scelta, precisiamolo. E poi un giorno arriva un lupo cattivo, COVID, che ci ruba la sedia dove siamo seduti solitamente e ci manda in crisi. Lo smart working diventa il miglior alleato per potersi riprendere quella sedia e non fermarsi. Ora bisogna spiegarlo a tutte le persone che questa è un’opportunità, non una sconfitta. Si può lavorare da casa e i risultati possono essere sorprendenti. Per esempio, avete mai pensato che a casa nel silenzio tutti quei conti tra un report e l’altro li potresti fare in meno di un’ora perché nessuno ti interrompe? Per non parlare del telefono fisso che suona e quando rispondi non cercavano te, ma il collega e ciao attenzione. Anche in ufficio puoi perdere tempo. Anche in ufficio puoi venire interrotto mille volte. Prendiamo questo momento come un’occasione per imparare cose nuove e per ricordarci che nel 2020 siamo pronti a lavorare ovunque vogliamo. Soprattutto se vogliamo uscire fuori da un’emergenza. 

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